TangoE 2017 – CONCORSO LETTERARIO NAZIONALE

TangoE 2017 – CONCORSO LETTERARIO NAZIONALE

 

 

 

Cfr  sezione PUBBLICAZIONI

Il cielo sopra la guerra
10 dicembre 1995 – noche, alma de tango

di Monica Fiorentino

Acquazzone_
tra le trame dei miei capelli
il fischio del vento

Nude.
Le mie labbra a vestirsi
della tua bocca

Camelie.
Il nostro ultimo giro di tango
spegne la notte

 

Poesie haiku di Meneghin Paola

La Voce del Tango
del tango è l’anima –
soffia, respira e canta
il bandoneón

Passione
notte di tango –
si abbandona la coppia
nuda di schemi

Evasione
note struggenti –
milonga improvvisata
sotto le stelle

 

Poeta del tango di Flavio Tamiro

Poeta del tango
scrittore dell’acqua piovana,
venuto dal fango
“hobo” di terra lontana.
“El payador” dell’arte bizzarra
mercante santo di Rio della Plata,
maestro oscuro della chitarra
dentro una vita dimenticata.
Il flauto sanguina di passione
Cuba riecheggia con la sua conga,
dirige al vento la tua emozione
sul tempo triste della “milonga”.
Musica povera, spirito atro
nato dal ghetto per il teatro,
bettole sporche, dimessi bordelli
signore ricche di soli gioielli.
Canti la danza nella parola
sul fio del calcio di una pistola,
mentre il “candombe” sviluppa i passi
di vecchi schiavi tra risa e sassi.
Il mare termina l’onda nel porto
“el campesino” ricerca conforto,
mentre attraversa la lunga via
dalla miseria alla periferia.
“El tango” odia la coreografia
evita ognora la presa del “lazo”,
presta il suo piede alla nostalgia
narra sottile “l’idioma del brazo”.
Ma la quadriglia dei benpensanti
sprezza la gioia sgorgata dai pianti,
vede il vestito sinuoso del brio
troppo distante dagli occhi di Dio.
Anche se invero, nemmeno il Creatore
riesce a frenare divino, l’ardore,
fino a soffiare sul fumo d’incenso
colto dal culto che emani col senso.
Così quell’etica fatta di remore
cede all’incesto dell’anca col femore,
lascia che il ritmo accarezzi le dita
che “el cuerpo” in pista percorra la vita.
Alzati, adesso! Poeta argentino,
il sole tiepido invita la sera,
passa il tuo treno, si chiama ”Destino”
alla stazione dell’ “Habanera”.

Tango in sagrestia di Alessandro Manzi

Gli uomini che entravano nella milonga di Alfredo Perotti, in
Calle Soleri a Buenos Aires, avevano quasi tutti scarpe da
emigrante: vecchie e screpolate, ma sempre lucide e più nere
di un lutto recente. Ezechiel, infatti, il lustrascarpe alla ngolo,
con il suo armamentario di scatolette, spazzole e stracci di
lana, per pochi centavos restituiva a quelle un po di dignità
perché, se si può ballare un tango con la coscienza sporca, le
scarpe no, queste debbono essere lustre. Sempre!

In quel locale semibuio dove, con parsimonia tutta genovese,
Alfredo Perotti, emigrato anni addietro dall 'Italia, lesinava
elettricità affidando a poche lampadine ricoperte di cacche di
mosca l ingrato compito di illuminare la pista, Luisito aveva
respirato tango e fumo di sigaretta sin dalla culla. Per sua
madre Mercedes, lavandaia di giorno e cameriera alla sera, lui
era stato un incidente, il frutto indesiderato e imprevisto di una
notte ubriaca, quando, dopo aver servito trenette al pesto a
Manuel Ayala, questo se le ra trascinata dentro una delle
camere al primo piano, e nessuno capì mai se grazie alla
minaccia del coltello o al suo sorriso che profumava di
brillantina.

Rimasta incinta, la mamma di Luisito, arrivato nono e buon
ultimo in quel frequentatissimo grembo, oberata di figli e
lenzuola da lavare, si era rivolta ai servigi dell' anziana ostetrica
dona Flora, che come seconda occupazione spediva anime
innocenti nel limbo senza mai sorridere, ma non per inesistenti
sensi di colpa, bensì per li nspiegabile vanità che le impediva di
mostrare i due denti do ro che aveva in bocca. Invano però la
vecchia si adoperò con ferri e pozioni venefiche, perché il
concepito era attaccato alla vita con la stessa tenacia che
avrebbero avuto più tardi le centinaia di pidocchi con i suoi
capelli ispidi e scuri.

Luisito era cresciuto così dentro vicoli troppo stretti per far
volare in cielo gli aquiloni, tirando pugni alla vita e calci al
pallone, con il moccio che gli colava dal naso come la cera
dalle candele della Vergine di Guadalupe.

Fu il vecchio Gonzalo Barranca, detto Tango, a fargli da padre
e da maestro. Era stato costui un suonatore di bandoneon
senza fortuna, finito a fingersi cieco sui tram di Buenos Aires
per raccogliere elemosine, rubare portafogli e palpare
involontariamente le forme abbondanti delle creole moroche,
sempre indulgenti per quei suoi contatti, considerati un
risarcimento per le offese della vita che lo aveva reso cieco e
zoppo. Si, perché era anche zoppo, ma per davvero, anche se
in questo caso la vita non ce ntrava per nulla, perché era stata
una coltellata in una rissa a recidergli di netto i tendini della
gamba sinistra che da quel momento trascinava obliqua a
formare un angolo acuto a terra, come, appunto, in un passo di
tango.

Luisito seguiva sui tram Gonzalo, per fargli da palo, pronto a
nascondere sotto il maglione largo e bucherellato i portafogli
che quello gli passava lesto dopo averli sfilati a un impettito
signore o a una signora distratta. E quando Gonzalo suonava il
bandoneon alla fermata del tram, immobile su uno sgabello,
con la gamba protesa e lo sguardo nascosto da occhiali
affumicati, Luisito si aggirava fra i passanti, con il volto da
angelo sporco, con una coppola sdrucita a raccogliere offerte,
fingendo, per intenerirli, che Gonzalo fosse quel padre che non
aveva mai conosciuto. Finché un giorno, sotto le lacrime di un
cielo di latta, Gonzalo Barranca si afflosciò per sempre come
un pallone sgonfio, lasciando una scia di debiti nei bar della
Boca e il suo vecchio bandoneon al piccolo Luisito.

Ogni sera il bambino raggiungeva sua madre Mercedes nella
milonga e, quando non cadeva addormentato sui cappotti e sui
soprabiti ammonticchiati sulle sedie dellu ltima fila, i suoi occhi
restavano rapiti dalle contorsioni di serpe di quello strumento
con cui dita ruffiane accendevano sul legno scricchiolante sensi
e passioni delle coppie allacciate, i cui sguardi non si
incrociavano mai, con la musica a guidarne i passi e un
pensiero triste a tenerli per mano in quella camminata di
geometria e sentimento che è il tango.

A Luisito era bastato osservare Pasqual per imparare, da solo
e in breve tempo, a tirar fuori dal vecchio strumento tutte le
note infilate lì dentro da chissà chi. Tanto che la sera in cui
Pasqual arrivò troppo ubriaco per poter infilare le note giuste
nel bandoneon, fu proprio Luisito a sostituirlo, sorprendendo
tutti, anche Dolores, la regina della milonga, che danzava come
Salomè, attirando gli sguardi e i sospiri che gli uomini gli
lanciavano circospetti, perché lei era la donna di Francisco
Machado, detto e l cholo, un avanzo di galera dal coltello troppo
facile.

Quella notte stessa, però, sfidando la gelosia di Francisco,
Dolores volle mostrare a Luisito tutta la sua ammirazione
concedendosi a lui nella rmoniosa melodia di un letto cigolante.
Il ragazzo a sedici anni rimase così prigioniero di una ltra
passione.

***

Padre Angel Ibarreta de Mendoza, giovane segretario del
vescovo, aveva consacrato la sua vita a combattere il peccato,
votato alla sanità dei costumi e alla repressione degli istinti più
bassi. Questa sua missione, anteposta all aiuto del prossimo, di
cui, pure, ci sarebbe stato estremo bisogno nel quartiere
malfamato della Boca dove pascolava il gregge affidatogli, lo
portò dunque a combattere quell' impudico ballo rioplatense,
corruttore d anime, che strisciava fra le sue pecorelle come un
serpente tentatore. Di eloquio raffinato e lucida sintassi, ogni
domenica tuonava dal pulpito contro quella piaga di fronte ad
una rtritica e vetusta umanità che annuiva stanca ai suoi
sermoni ma, dopo la funzione, non tralasciava di riferirgli, con
malcelato compiacimento, il dilagare di quelli nsana passione
nei locali della Boca.

Finché una mattina, con animo di crociato, Padre Angel decise
di affrontare personalmente il problema.

L'inflessibile gesuita attraversò la navata della chiesa di San
Juan con passettini lesti e nevrotici, che non riuscivano a
smuovere il precoce riportino untuoso sulla pelata, mentre la
tonaca nera solcava il pulviscolo galleggiante nelle lame di luce
delle strette finestre. Quando giunse davanti a José, il vecchio
sacrestano sdentato e con le guance cascanti tenute su solo
da una barba di almeno una settimana, questi era intento a
lucidare con una pezza i candelabri d'argento dell'altare
maggiore. Il pretino lo scostò di lato con un braccio, senza dire
una parola, sollevò uno dei candelabri, come fosse un fucile, e
lo squadrò a lungo in controluce per sincerarsi che ogni
macchia fosse sparita, poi, socchiudendo l occhio sinistro come
a voler prendere la mira, disse
- La fucilazione! Occorrerebbe la fucilazione!
José lo guardò perplesso, mantenendo un rispettoso silenzio
- Hai capito a cosa mi riferisco José?
- No
- Al tango, José, al tango!!!
...E quella sera stessa, stretto in un improbabile vestito nero, si
presentò in incognito nella milonga.

Se ne stava seduto composto sul bordo della sedia a ridosso
della pista, in una totale rigidità di salma tradita solo dal
tamburellare delle dita sulle ginocchia giunte. Chi lo vide capì
subito che si trattava di un intruso, ma nessuno, proprio
nessuno, avrebbe potuto immaginare che dentro quel blocco di
ghiaccio fosse imprigionato addirittura un prete e che quel
prete avesse intrapreso una lotta silenziosa contro le tentazioni
delle balze rosse del vestito di Dolores, che lo lambivano come
fiamme delli nferno, finché la generosa scollatura di costei in un
impudico casquè eseguito a testa in giù proprio davanti a lui,
non lo trafisse come il San Sebastiano del quadro appeso alla
parete della canonica.

Mentre sentiva risvegliare i suoi sensi, rimasti sopiti troppo a
lungo, Padre Angel realizzò che li ntransigenza è una porta
chiusa alla bellezza e, dunque, di quella porta doveva ritrovare
subito la chiave. La iutò nelli mpresa una polverina bianca che
Francisco Machado, e l cholo, gli infilò di nascosto nella
tabacchiera che gli aveva sfilato dalla giacca insieme con il
portafoglio, rimettendola poi al suo posto con un gioco di
prestigio. Il gesuita, dopo aver aspirato per la terza volta
li nfernale mistura di quella polvere con il tabacco per la sinusite
cronica che lo tormentava, abbandonò ogni remora e pure la
sedia e, raggiunta Dolores al centro della pista, la fissò dritto
negli occhi

- Voglio che mi insegni a ballare il tango!
- Ogni cosa ha il suo prezzo, hombre.
- Non bado a spese!

Nella vecchia sagrestia del monastero di clausura delle
monache di Santa Clara, Padre Angel approntò dunque la sua
personale milonga: un luogo inaccessibile a tutti, persino alle
suore che seguivano la funzione mattutina dietro la grata delle
finestrelle, confine estremo e invalicabile del loro mondo.

Appena pronunciato li te missa est, Padre Angel correva lì e
apriva la porticina dalla quale entravano Luisito e Dolores che,
superata la sorpresa iniziale sulle aspirazioni tanghere del
reverendo, avevano accettato di buon grado di dargli lezioni
generosamente retribuite.

Così, mentre Luisito cominciava a spazzare con le sue note i
residui del turibolo, scaldando le dita sui tasti dello strumento,
Dolores si spogliava dietro un lenzuolo teso fra le statue di
Santa Lucia e San Lorenzo, girato rispettosamente in altra
direzione, lui solo capace di resistere al malizioso gioco di luci
e ombre che la luce della finestra proiettava sulla superficie del
lenzuolo, mentre lei indossava il vestito rosso, quello con le
balze.

Ancor prima di uscire, Dolores iniziava a contrattare la tariffa
della lezione, imponendo subito a Padre Angel, confuso da
quel cinema in bianco e nero, un prezzo via via crescente. Se
all'inizio bastarono le offerte raccolte nella bussola, man mano
che i passi della llievo progredivano e gli insegnamenti
diventavano più impegnativi, occorse ora un candeliere, ora un
ex voto, ora una vecchia tela, e tutto prendeva la direzione di
un losco antiquario grazie alla complicità interessata del  'cholo'...

Stabilito il prezzo, Dolores infilava i suoi piedi nelle scarpe da
ballo e usciva. E così, ogni mattina le note di Caminito e la
Cumparsita si spandevano nella sagrestia, salivano al
convento, fluivano nelle strette viuzze della Boca, mentre
Padre Angel pattinava sicuro su di esse e, inseguendo la ronda
del tango, guardava nel vuoto. Girava in senso opposto alle
lancette dello rologio per tornare indietro nel tempo e riprendersi
la sua vita. Si era appassionato al tango e, ancor di più, a
Dolores, ma non aveva il coraggio di confessarlo nemmeno a
sé stesso.

Luisito suonava il bandoneon e capì ben presto dal loro
abbraccio, dalle torsioni, dagli improvvisi movimenti tagliati, dai
piedi e dai bacini che si sfioravano, che stava perdendo
Dolores. La coppia disegnava figure di peccaminosa
geometria, in una processione pagana tra le madonne e i santi
che assistevano a quelle evoluzioni in un silenzio, per forza di
cose, religioso.
Non furono quindi quegli spettatori privi di favella a informare il
vescovo, ma le suorine stesse. Non capendo l origine di quella
musica che, puntuale, saliva fin sulla propria stanza, e
convinta, infine, che questa fosse suonata dal demonio in
persona, la madre superiora corse ai ripari inviando una lettera
all alto prelato con cui sollecitava indagini e provvedimenti
contro lo scura presenza.

***

Padre Angel mentre saliva le scale del palazzo vescovile, dove
era stato convocato d urgenza, aveva l animo in subbuglio. Era
un equilibrista sulla fune, sospeso fra una felicità, sino a poco
tempo prima per lui sconosciuta, e il senso di colpa che lo
tormentava, ma che avrebbe potuto estirpare semplicemente
tornando alla quotidiana tristezza di una coscienza quieta.
Questo dilemma agitava ormai le sue notti da ben undici mesi e
ventisei giorni e, adesso, gli restava solo il tempo di salire gli
ultimi quindici gradini per inventarsi una spiegazione da dare al
vescovo e trovare, finalmente, la soluzione di quel dilemma. E
proprio sullu ltimo gradino, quando si vide riflesso nel grande
specchio dalla cornice dorata che troneggiava nella sala
d'attesa, trovò finalmente l'una e l'altra.

- Ebbene, Padre Angel, cosa mi dice? Lei non si è accorto
di nulla? Cosa succede nella sagrestia del convento?

L'inizio di quel discorso era un temporale lontano, i cui lampi
erano gli sguardi che il vescovo conficcava negli occhi di padre
Angel.

Passò un attimo eterno.

- Ebbene, Eccellenza, è mio fratello la causa di tutto ciò! Si
è presentato da me all improvviso... lui è diverso, molto diverso
da me è fuggito da Asuncion. Si chiama Raimundo. E in
pericolo In grave pericolo. Rischia di essere ucciso, inseguito
da debiti e affari loschi. Mi ha chiesto aiuto e ho dovuto
nasconderlo. Ho pensato al monastero ma lui non ha saputo
rinunciare alla sua passione per il tango è come posseduto da
questo ballo!!!
- Allora è inutile dirle, caro Padre Angel, che la casa di Dio
non può ospitare Lucifero. Credo che la sua intelligenza le
saprà suggerire una soluzione im-me-dia-ta, ripeto im-me-diata!!!
E evidente altresì che dovrò sollevarla, temporaneamente
spero, dalla sua missione e che domani mattina verrà eseguito
un accurato controllo nella sagrestia e nella chiesa per vedere
se tutto è in ordine. E spero vivamente per lei che lo sia,
altrimenti...

E lasciò volutamente in sospeso la frase per dare più forza alla
minaccia che gli era rimasta sulla lingua. Quando Padre Angel
uscì dalla stanza aveva già deciso che lui sarebbe morto, di lì a
poco, e sarebbe rinato in un posto lontano, molto lontano,
perché restando non avrebbe potuto evitare lo scandalo, forse
addirittura l arresto, una volta scoperta la sparizione degli
arredi, dei quadri e degli oggetti sacri.

Così il mattino seguente, caldo e umido come la lingua di un
cane, Padre Angel sparì per sempre, dopo aver infilato nella
tasca del vestito nero, lo stesso indossato nella milonga quella
sera in cui ebbe inizio la sua fine, una lettera per Dolores.
Raimundo, il fratello mai avuto, aveva preso il suo posto e
indossava quel vestito nero. Giunto nella vecchia stazione delle
corriere, esitò qualche attimo prima di lasciar cadere quella
lettera nella cassetta arrugginita della posta, poi prese la
corriera diretta verso sud.

Sedette davanti, vicino al vecchio autista che continuava a
masticare un cigarillo spento e ad asciugarsi il sudore sulla
fronte con un fazzoletto lercio. Nel grande vetro davanti a sé
vedeva limpida la malinconia del proprio futuro e, dietro,
sollevata dalle ruote, la polvere che gli nascondeva la strada e
il passato, offuscando i ricordi. Raimundo si addormentò.

***

Quando si svegliò, quel pomeriggio, sentì tutte le ossa
indolenzite. La sedia del bar della stazione di Rio Negro era
infatti inospitale come i caffè di Osvaldo, ai quali non si era mai
abituato nonostante fossero trascorsi più di sedici anni da
quando quella corriera lo aveva lasciato in mezzo alla strada di
polvere che tagliava in due il paese e la sua vita. Aveva
sognato di ballare il tango. Erano sedici anni che non lo aveva
più fatto perché ballarlo senza Dolores significava ballare
senza la musica. Arrivò finalmente la corriera da Buenos Aires
e lui scrutò attento dalla finestra del bar. Quando l ultimo dei
quattro passeggeri scesi in quella ngolo sperduto diventò un
puntino in fondo al viale, la corriera ripartì sollevando uno
sbuffo di polvere e fumo denso. Raimundo allora si alzò per
tornarsene a casa, come era solito fare, ogni pomeriggio, da
ben sedici anni, non appena la corriera spariva alla sua vista
svoltando in fondo alla curva. Solo allora notò la copia
spiegazzata del Clarin che uno dei quattro viaggiatori aveva
 lasciato sul tavolino, insieme con la tazza sporca di caffè.

In una delle pagine interne, infilata in un angolo dimenticato,
vide una foto di Luisito e, descritto in quindici righe, il racconto
del suo arresto perché accusato di aver ucciso Francisco
Machado detto ' el cholo' , 'probabilmente per un movente
sentimentale' .

Avvertì per Luisito gelosia e ammirazione, perché capì che il
'movente' era la donna che lui attendeva invano, da sedici anni,
in quel bar disseminato di cartacce e sputi. Capì che Luisito era
diverso da lui. Lui non sarebbe mai stato capace di uccidere
per lei, per Dolores, Luisito invece si, l aveva fatto! E quel delitto
avrebbe legato ancor più Dolores a Luisito. Per sempre. Invece
lui la veva persa perché era fuggito. Fuggito per paura di uno
scandalo, di un arresto... di un sentimento...

***

La sera in cui Dolores trovò finalmente la lettera che Raimundo
le aveva spedito sedici anni prima e con cui le chiedeva di
raggiungerlo, capì che una vecchia scatola di latta arrugginita
può imprigionare il futuro. Il postino aveva portato a casa sua
quella lettera ma lei non c era. L'aveva raccolta sotto la porta
Luisito che, dopo averla aperta, la veva letta di nascosto,
nascondendola poi proprio dentro quella scatola. Lui aveva
capito da tempo di aver perso Dolores, proprio dopo averla
vista ballare quell'ultimo tango con Padre Angel, ma non aveva
avuto il coraggio di chiudere alla sorte ogni porta, stracciando
quella lettera.

Adesso Dolores guardava fuori dal finestrino della corriera e
pensava che presentarsi a quella ppuntamento con sedici anni
di ritardo era una follia solo una inutile follia. Ma la follia è un
sogno ad occhi aperti.

In quello stesso istante, anche Raimundo pensava che andare
ancora una volta alla stazione, come aveva fatto ogni
pomeriggio, da sedici anni a quella parte, sarebbe stata una
follia solo una inutile follia...
Accese allora la radio e si sdraiò sulla poltrona.
Riconobbe sin dalle prime note 'Por una cabeza' , il tango di
Carlos Gardel che aveva ballato tante volte con Dolores. Si
sentì afferrare allora la mano da quelle note che lo invitavano
ad alzarsi e alla fine si lasciò guidare dalla musica, come aveva
fatto le altre volte in cui ricordava di essere stato felice...

Ma sì, sarebbe valsa la pena di fare l'ultimo tentativo...

Don Juan de Buenos Aires, historia de tango, amor y muerte di Vittorio Caratozzolo
1
Don Juan de Buenos Aires, historia de tango, amor y muerte
Una mitologia di pugnali
Lentamente si annulla nell’oblio;
Una canzone di gesta si è perduta
In sordide notizie poliziesche.
Questa raffica, il tango, questa diavoleria
Gli affaccendati anni sfida;
Fatto di polvere e tempo, l’uomo dura
Meno della leggera melodia,
Che solo è tempo.
(J. L. Borges)
Angiporto di Buenos Aires. Sullo sfondo danza nel buio il lampeggiare ipnotico di un
lontano faro. Di tanto in tanto si odono le sirene delle navi in partenza. Si vede l’ingresso di
u n dock, nei pressi del Café ”La Humedad”. A sinistra si erge una palazzina, con alcune
finestre illuminate, panni stesi, crepe nell’intonaco. All’angolo del marciapiede su cui dà
l’edificio è collocato un lampione, luogo abituale di stazionamento di Rafaela.
Vestito come un gangster, il Giornalista si avvicina a Rafaela. Estrae una sigaretta da un
pacchetto, cerca l’accendino. Lei, senza parlare, glielo tende.
- ¡Gracias!
Rafaela ribatte, con voce leggermente venata d’ironia:
- No hay de qué, ¡mi amor!
Il Giornalista libera in aria alcune boccate di fumo, ascoltando la musica che proviene da
lontano. Poi dice:
- Vedi, querida, io nel mio lavoro ne ho viste che ne ho viste, credimi. Ma la storia che mi
stanno per raccontare... Immagina: c’era lui, un macho da osteria, il volto attraversato da
stigmate violente, regalategli dai femminei capricci di diversi pugnali... gran ballerino di
tango, gran bevitore, gran puttaniere...
Rafaela ha un sussulto di stizza, mentre si guarda intorno.
- ... ¡oh, disculpa, bonita!... beh, si diceva che diverse sue conquiste... insomma, lavorassero
per lui... e poi, poi c’era Elvira, detta la Mora, una cantante, gran ballerina di tango anche lei,
che si era illusa di averlo stregato con su mirada ardiente, che per lui aveva lasciato un nobile
gaucho porteño... ma... c’erano anche le altre... Ana, per esempio, un fiore di ragazza,
luminosa come un sole... quando si affacciava dalla piccola finestra della sua stanza, se per
caso sorrideva, su mirada - mima la carezza sulla pelle - acariciaba la piel del fortunato che...
e Juan... diceva di amarle tutte, tutte... ah, e c’era anche il suo amico, insomma, una specie di
2
tirapiedi, di ombra, di maggiordomo, quasi un gemello, con un nome, o un soprannome, da
opera lirica... Liebrita, immagina. Il fatto è che...
Rafaela sbuffa. Arriva un uomo, aria da tenebroso lupo di mare sopravvissuto a chi sa
quante burrasche.
- Eccoti qua, finalmente! Era ora... ti presento... - dice il Giornalista.
Rafaela sorride, ironica; il marinaio le manda un bacio.
- ... va bene, forse sarà meglio cominciare dal principio. Cosa puoi dirmi di questa storia,
Ramón?
- Accadde in questo barrio, in una lontana notte d'estate...
Suona la sirena di una nave, più volte. Davanti agli occhi di Rafaela e del Giornalista si
materializzano immagini e personaggi narrati dal marinaio.
Un uomo vestito in modo dimesso si avvicina al luogo in cui si trovano. Non può vederli,
perché fa parte del racconto di Ramón. Accenna ad alcuni passi di tango, servendosi del
lampione come partner. Potrebbe essere un po' alticcio.
- Liebrita non è contento della vita che fa - spiega Ramón. - Pensa: «Ogni volta che gli
serve, il mio padrone mi costringe a far la guardia, non mi dice neanche grazie, non mi offre
neanche un goccio!».
- Eh, sì! - interviene Rafaela, sprezzante - Vuole fare il casanova, lui, si vuole divertire come
Juan, lo spiantato! Ma guardatelo, sembra un macaco!
Ramón rincara la dose di sarcasmo:
- «Oh che caro grande amico» si lamenta «con le donne a fare il fico, e io a far la sentinella,
sì, la sentinella!». Ma a un certo punto arriva qualcuno...
Rivolto a Liebrita, come se lui potesse sentirlo:
- Nasconditi, Liebrita, presto!
Liebrita si nasconde dietro un muretto diroccato.
Inseguito da Ana entra Juan, vestito da ballerino di tango. Calza scomodi stivali, cerca di
coprirsi il viso con uno scialle. Ana ha la camicetta strappata e i capelli scarmigliati.
L'inseguimento sembra un violento tango, con abbracci e abbandoni, come se le lontane note
di bandoneon fossero suonate per loro. Il tempo oscilla tra il presente e il passato, inavvertito.
- Non sperare di scappare, se prima non scopro chi sei - disse Ana.
- Ma sei pazza? Cosa gridi? Cosa vuoi da me? - ribatté Juan.
Dal suo nascondiglio Liebrita sussurrò, impaurito:
- Che casino, mamma mia! Questa volta sono guai!
3
- Aiutatemi... bastardo! - gridava Ana.
- Sta’ zitta, o sono sberle! - la minacciò Juan.
Ana si fermò e puntò un dito verso il suo aggressore:
- Disgraziato! Da una donna oltraggiata potrai avere solo guai!
Sopraggiunse il Commerciante, padre di Ana. Armato di pistola, furibondo, un po’ teatrale e
goffo, cercò di strappare lo scialle dalle mani di Juan, per identificarlo.
- Lasciala stare! - intimò il Commerciante a Juan, mentre Ana scappava via - Fermati, o
sparo!
Il Commerciante afferrò Juan per una manica, ma egli si svincolò, dicendogli:
- Che vuoi, non far l’idiota!
- Come osi parlarmi così! - gridò il Commerciante, dandogli uno spintone.
- Coglione! Te ne pentirai! - urlò Juan, inferocito.
Il Commerciante perse l’equilibrio e sbatté con la nuca sul pavimento. La pistola rotolò poco
più in là. L'uomo si rialzò, barcollante. Pur incerto e impressionato dal sangue che gli vedeva
colare giù dalla testa, Juan si ritrovò ad aiutarlo a stare in piedi. In precario equilibrio, i due
restarono come avvinghiati, come se danzassero una struggente milonga. Ma il Commerciante
ebbe uno slancio di aggressività, cosicché Juan estrasse una navaja da uno stivale e lo uccise.
Il Commerciante si accasciò al suolo, accompagnato da Juan.
Ana accorse, mentre l'assassino si allontava di pochi passi, avvicinandosi al nascondiglio di
Liebrita.
- Ah, soccorso! - gridò lei.
- Porco cane, questa volta l’ha ammazzato... - pensò Liebrita.
Sul marciapiede, in una zona poco illuminata dal lampione, Juan, Liebrita e Ana erano
confusi e incerti sul da farsi.
Anche Rafaela e il Giornalista, coinvolti dal racconto di Ramón, erano raggelati. Rafaela
disse con raccapriccio, indicando i tre personaggi evocati:
- ... sente il sangue palpitare, mioddìo... vede il sangue colar giù.
La remota musica di bandoneon era terminata. Liebrita e Juan si allontanarono, guardandosi
intorno, con circospezione.
Il Giornalista si scuote e domanda a Ramón che diavolo di fine abbiano fatto i due complici,
una volta allontanatisi dal luogo del delitto. Ramón si sente lusingato per l'attenzione
suscitata, finge di pensarsi su, poi spiega:
- Ecco, non volevo essere beccato sulla scena dell'omicidio, con il rischio che quella donna
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mi scambiasse per l'assassino del padre. Così mi allontanai anch'io per qualche minuto.
Ritornato indietro, fingendo di essere un passante, assistetti all'arrivo del fidanzato di lei,
Octavio.
- Se trovo chi è stato... lo faccio a pezzi! Ma dov’è quel bastardo? - disse lui.
- È andato per di là - rispose Ana. Poi vide il corpo del padre.. - Ma... quello... quello è...
Non è possibile! Mio padre... mio padre!
Ana si inginocchiò presso il cadavere del padre.
- L’ha ammazzato... Quel sangue... No!... è morto?!... È morto?! Non respira più... è
immobile... Io... aiuto! Papà! Ah! Chiamate un’ambulanza!
Sembra che si rivolga a Rafaela e al Giornalista.
- Fate presto! - sembra dir loro anche Octavio. - Presto!... Ana... fatti coraggio!
- Lasciami stare! Lasciami! Voglio morire anch’io!... Ah, mio padre!
- Ma che dici! Morire anche tu? Ascoltami... guardami... sono io, Octavio il tuo...
Vede la pistola e la raccoglie.
- Octavio... Dov’è mio padre?
- Tesoro, tuo padre è... Ora lascia che pensi io a te.
- Ah, devi trovare chi l’ha ucciso! Lo devi trovare!
- Io... sì...
- Giuramelo! Lo troverai e lo ammazzerai!
- Ma... Ana... io...
- Giura!
Fissa la pistola, nella mano di Octavio, il quale anche la fissa, inorridito.
- Io... va bene... lo giuro... però... per amor tuo, lo giuro.
Stende la mano armata verso Ana, che la prende in pegno di giuramento, fissandolo negli
occhi, sconvolta. Escono, tenendosi per mano.
- Che barbaro momento! - esclama Rafaela. - L'ha poi trovato, l'assassino? E lo ha...
- Calma, querida... Non è semplice, la faccenda. È qui che entra in scena, pensate, una
fidanzata tradita da Juan...
Elvira si materializza davanti agli occhi del Giornalista e di Rafaela. È vestita da karateka,
con kimono, cappuccio calato sulla testa e fascia sulla fronte, con scarpette da ginnastica, uno
zainetto leggero. Mima colpi di karate all'aria. Parla tra sé, sembra furiosa.
- Ah, chi mi sa dire dov’è quel gran marrano? Mi ha fatto innamorare, giurandomi eterno
amore, e poi è fuggito via. Ma giuro che se lo ritrovo, o torna con me o l’ammazzo... lo faccio
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a pezzi, lo distruggo, gli strappo gli occhi, giuro: voglio cavargli il cuore.
- «Occhi scuri come l'oblìo, labbra serrate come il rancore, nelle vene scorre sangue di
bandoneón»: è l'ultima ex-novia di Juan - spiega Ramón.
In quel momento riappare Liebrita, che la crede una prostituta.
- ¡Hola, guapa!
- Chi mi chiama? - Elvira si toglie il cappuccio e si lascia riconoscere. Liebrita esprime
grande sorpresa.
- Caramba! Non è possibile!
- Il tuo padrone è venuto a casa mia di nascosto, mi ha riempito di giuramenti e di lusinghe,
è venuto a letto con me, e poi... è scappato, e tu con lui! Cobarde! Marrano!
Lo stende con un calcio sul petto.
Mordendosi una mano, per non reagire Liebrita si mette a sedere sul marciapiede.
- Uhmmm!... Beh, potrebbe aver avuto delle buone ragioni... ragioni forti... - mima le curve
abbondanti di una donna. Ma Elvira non raccoglie la provocazione.
- E quali sarebbero, queste ragioni, se non che è un imbroglione, il solito casanova da
quattro soldi? Ma sto per trovarlo, e se non si rimette con me...
- Eh, su! Sii ragionevole... credi alla parola di un ragazzo onesto come me.
Elvira gli dà le spalle, corrucciata, incrociando le braccia, e battendo nervosamente il piede.
- Ti dirò tutto, toda la verdad. ¡Toda! Non merita che tu gli corra appresso.
- Quel bastardo mi ha preso in giro, mi ha fregato...
- Ma consolati! Tu non sei, non sei stata e non sarai né la prima né l’ultima. Guarda qui.
Estrae dalla tasca un’agenda, la fa oscillare per qualche attimo davanti agli occhi di Elvira,
poi inizia a sfogliarla e a leggere, qua e là.
- Questo non piccolo libretto è tutto pieno di nomi delle sue ex... In ogni angolo
dell'Argentina, ci sono testimoni e vittime delle sue imprese donnesche. Cara Elvira, questo è
il catalogo delle chicas che si è fatto Juan... questa lista la scrivo io, da anni, la puoi leggere
da te. Io la so a memoria...
Lancia la voluminosa agenda a Elvira, che inizia a sfogliarla. Poi recita a memoria,
compiaciuto di sé:
- Dunque: a Rosario... 640, a Santiago 231, 100 a Salta, a Jujuy 91, ma a Buenos Aires son
già 1003. C’è di tutto: contadine, cameriere, cittadine, ci sono ballerine, contesse, frittellaie,
principesse... Insomma, ci sono donne d’ogni classe, d’ogni forma, d’ogni età....
Elvira sfoglia freneticamente le pagine dell’agenda che ha in mano, meravigliandosi,
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portando la mano alla bocca in segno di imbarazzo, sempre più indispettita.
- Pensa un po’: non si sforza di studiare la psicologia delle donne che incontra. Il suo
sistema di corteggiamento è elementare, ma efficace... a ragion veduta: se una è bionda, di
solito ne loda la gentilezza, a prescindere; se è bruna, loda la sua costanza; se ha i capelli
brizzolati, beh, allora ne loda la dolcezza. E poi, senti questa: d’inverno preferisce la donna
più in carne, ma lui una cicciona la definisce ”maestosa”; d’estate, invece, gradisce coricarsi
con una donna magra e di piccole dimensioni, però... però la chiama ”vezzosa”. Conquista le
anziane, solo per il piacere di metterle in lista... Ma la sua passione predominante... ehm... è la
giovane principiante, giovane... più giovane possibile, sappilo... Non gl’importa né dei soldi,
e neanche - udite, udite! - della bellezza!
Rafaela, sprezzante e sarcastica, esprime il suo solidale sdegno:
- Tz!
Il Giornalista commenta:
- So già cosa sta per dire... «purché porti la gonnella»...
Effettivamente Liebrita continua, rivolto a Elvira, che sta per scoppiare a piangere:
- ... purché porti la gonnella ... tu sai... quel che fa. Oh, voi tutte lo sapete bene, quel che fa.
Ah ah ah!
Detto questo, le sfila di mano l'agenda e se la fila, sghignazzando.
- Ah, è così che mi ha tradito, quel porco! - si lamenta Elvira, pestando i piedi. Voglio
vendicarmi! Sono veramente incazzata!
La donna scompare, come era riapparsa.
Rafaela è altrettanto infuriata:
- Spero che si sia coalizzata con Ana e Octavio, e che abbiano mandato in galera sia l'uno
che altro, padrone e servo!
- Galera? Troppo banale. Ci vuole un finale più... vivace, se volete sentirlo.
- Che altro può accadere? L'intervento del Diavolo in persona? - chiede il Giornalista,
ridendo.
Ramón lo fissa, seriamente, spegnendogli la risata sulle labbra.
- Juan e Liebrita - riprende a raccontare - incontrarono la statua del Commerciante in un
cimitero qui vicino. Erano ubriachi e Juan ordinò a Liebrita di rivolgere la parola alla statua
del Commerciante per invitarlo a cena a casa propria. Il Commerciante accettò.
- Co... come accettò?! - domanda il Giornalista, impressionato. - Non posso scrivere questo
sul giornale!
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- Perché no, se è la verità? - ribatte Ramón. - Ma se non la vuoi sapere...
- No, racconta... racconta tutto - gli dice Rafaela, che ormai pende dalle sue labbra.
- Beh, per farla breve, il fantasma del Commerciante si presentò a cena da Juan, a notte
inoltrata. Liebrita si nascose sotto un tavolo, Elvira bussò invano alla porta di casa per cercare
di riconquistare il suo ex-fidanzato, ma ormai il destino si stava per compiere. Il
Commerciante trascinò Juan all'inferno attraverso una breccia fiammeggiante che si apri
improvvisamente sul pavimento.
- Chi mi stritola l’anima? - gridava il grand'uomo - Che male! Aiuto! Ho paura!
In mezzo a enormi nuvole di fumo sulfureo e a lingue fiammeggianti alte fino al soffitto,
Juan fu ghermito saldamente dal Commerciante e portato agl'Inferi, dove io lo accolsi a
dovere.
- T... tu? - dice il Giornalista, che inizia a capire chi egli sia.
- In... in che senso... tu? - ribadisce Rafaela, che teme di aver capito tutto.
Ramón li osserva a turno, in silenzio, con un largo sorriso da orecchio a orecchio.
- Volevate che fosse giudicato, no? Qual miglior giudice di me?
Un fulmine attraversa il cielo, perdendosi verso il faro. Ramón scoppia a ridere, con una
risata interminabile, profonda e agghiacciante.
Solo in quel momento il Giornalista e Rafaela notano che il marinaio è scalzo e che,
soprattutto, ha piedi caprini. Come se fossero d'accordo, fanno un passo indietro, verso il
muro del Café ”La Humedad”, da cui inizia a uscire una musica di tango, misteriosa,
intrigante, sorniona.
Da dentro un cassonetto della spazzatura sbuca prima una mano, poi l'altra, quindi la testa e
il busto di un uomo dal viso affumicato: è Liebrita, che agilmente esce fuori dal suo riparo e
fugge via, nella notte oscura, alla ricerca di un altro luogo in cui verrà evocato. Dal "Cafè"
escono un uomo e una donna, abbracciati, forse ubriachi, oppure semplicemente malinconici.
Sono Ana e Octavio, che si dissolvono nell'oscurità dei vicoli portuali.
- Alla fine l’amore vince? - si domanda Rafaela.
- Niente lo può impedire. Ma... «al va e vieni di un tango, nasce un amore; al va e vieni di un
tango, nasce un tradimento». Che ne sarà stato di Elvira? Avrà rinunciato all’amore? - si
chiede il Giornalista.
I due si voltano verso Ramón, per riceverne risposta, ma il marinaio, o il Diavolo, è
scomparso nel nulla, com'era apparso. In sua vece risponde Rafaela:
- Non credo. Avrà cercato un ricco gonzo che la implorasse di sposarlo... e si sarà sposata...
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forse. Anche Ana e Octavio, d’altronde...
- ... non avranno aspettato ancora per molto, certo - dice il Giornalista.
- Eh, doveva stare attenta, tesoro mio! Quella ragazza non aveva ancora le idee chiare,
sull’amore... d’altronde, chi, le ha?
- E allora doveva stare attento lui, piuttosto, prima di sposarla?
- E perché? Che differenza fa? Sposati, o no, il gioco è sempre lo stesso, carta che vince,
carta che perde, volta la carta, il re di bastoni, volta la carta, il re di ori. Quanto a Liebrita...
- Sarà emigrato, cercando di non legarsi più a un amico-padrone... Ce l'avrà fatta?
Una musica di tango inizia a librarsi nell’aria, arrangiata sull’aria mozartiana «Questo è il
fin di chi fa mal».
- Forse tra vent'anni tornerà, «con la fronte increspata e la neve del tempo sui capelli,
vagherà tra le ombre con occhi febbrili» e ti riconoscerà, ti chiamerà... e tu? Tu, che
intenzioni hai, Rafaela?
- Io?... Dove vuoi che vada?
Indica il locale notturno.
- All’angolo del «Café La Humedad», ¡como siempre! Mi faranno compagnia i tanghi,
queste «creature vagabonde, abbandonate nel fango dei vicoli, che latreranno per me i loro
fantasmi di canzoni», quando tutte le porte saranno chiuse.
- Ma... non sei stanca di questa vita?
- Stanca della vita, della mia vita, io?
Ride di gusto.
- Come posso essere stanca della vita, mi querido, ¡¿si es la única que tengo!? E poi, dove
vuoi che vada? «Il viaggiatore che fugge da una città, presto o tardi la ritrova in se stesso».
Dovunque vada, Liebrita troverà sempre «le stesse strade, le stesse periferie, le stesse cantine,
lo stesso vino da due soldi». Dice il tango: «Uno cerca ansioso e pieno di speranze la via che i
sogni gli hanno promesso. La lotta è dura, la fede dissangua, uno si trascina fra le spine, per
ottenere quel che forse non arriverà mai, un bacio, una sguardo pregno di amore». Quanto a
me, anche se l'oblio, che distrugge tutto, fa del suo meglio per ammazzare la mia
immaginazione, dentro di me conservo una speranza, come un tesoro nascosto.
Lo abbraccia e lo bacia, poi inizia a danzare con lui, al ritmo della musica, che si fa più
languida e malinconica: è il ”Tango di Juan”, sulla melodia di «Là ci darem la mano», in
tonalità minore dapprima, poi in maggiore. Danzando in tal modo, si avviano verso il fondo della strada.

Tango d’addio di Cristina Giuntini

D’improvviso, il suono della fisarmonica fende l’aria. Inizia lento, leggermente strascicato, sornione come un gatto che gira intorno al topo. Pian piano si fa più aggrovigliato, inanellando spirali di note sinuose e vorticose da far perdere l’equilibrio, mentre la tensione cresce sempre di più. Infine sembra esplodere, nel ritmo deciso e vibrante di un confronto che non è allontanamento, ma attrazione, gioco, linguaggio del corpo che esplode in passione e in carnalità.
Le coppie si accarezzano con lo sguardo, si sfiorano la pelle, in attesa del momento giusto per compiere il passo decisivo, ed entrare nella pista da ballo. Chi è solo si fa da parte, ma non è rassegnato: vaga con gli occhi, protendendo il corpo, in cerca e in attesa di un altro corpo che lo attragga come una calamita, di un’anima che lo catturi al solo leggerla su di un viso sconosciuto; e, se la individua, si dirige verso di essa, fremente di aspettativa e di emozione, pronto a trascinarla in una danza che non dura il tempo di una canzone, ma investe la vita intera.
Oggi mi sento anch’io come loro, come queste persone sole che cercano, camminando sulle note che esplodono di colori, di avvicinarsi a un’altra anima che possa combaciare con la loro. Eppure non sono da sola, non lo sono mai stata: perché, allora, sono ferma ai margini della pista?
Mi aggiusto la rosa rossa, ormai mezza sfiorita, che ho appuntato sul petto. Agito la gonna larga e variopinta, accenno un passo o due, inarcando la schiena e mettendo in evidenza il seno, non particolarmente coperto dalla generosa scollatura. So che non è questo a fare la sensualità: sono le mosse vibranti della danza, i respiri che si fondono, gli sguardi che si parlano senza pudore. Ma, quando si perde terreno, ogni tentativo sembra lecito, e ci si affida a qualsiasi cosa pur di salvare il proprio grande amore.
I miei occhi vagano per la stanza, senza soffermarsi su alcuno degli uomini presenti. Qualcuno, sì, vorrebbe catturare la mia attenzione, ma le mie pupille passano, sfiorando soltanto le loro immagini, immuni ai loro occhi, incapaci di leggervi una qualsiasi emozione, si tratti di dolcezza, ammiccamento o perfino bramosia.
Finalmente lo vedo arrivare, con la sicurezza e la flemma propria di chi sa di essere il padrone assoluto. Le altre donne se lo mangiano con gli sguardi vogliosi, ma io non provo gelosia: so di essere io la prescelta. Nel momento stesso in cui formulo questo pensiero, uno spillo mi trafigge il cuore, e l’immagine di un volto femminile si sovrappone al suo, restando sospesa in aria come un divisorio virtuale, ma, allo stesso tempo, fortemente reale, fra noi due.
Verrà da me? Non verrà? La mia sicurezza inizia a vacillare. Mentre si avvicina, riesco a osservare meglio il suo viso: il suo sguardo è freddo, indifferente. Le sue labbra sono tirate in un’espressione di vago fastidio, i suoi occhi sono stretti in due fessure impenetrabili. I movimenti del corpo sono formali, quasi affettati. Quasi non arrivo a capire se si stia davvero dirigendo verso di me, o verso una qualsiasi delle altre donne che attendono, sprovviste di un cavaliere: tutto il suo essere trasuda indifferenza, costrizione, senso del dovere, e nulla può questa musica intrigante, davanti al suo essere gelido e impettito.
Solo quando arriva a due passi da me ho la certezza di essere io la dama prescelta per il suo ballo: questo, però, non mi rinfranca. Continuo a sentire un senso di vuoto e di freddo,

che si accentua quando cerco di guardarlo negli occhi.
Mi tende la mano, invitandomi al ballo. Il braccio è rigido, teso, ma di tensione negativa, non di vibrante sensualità. L’altro braccio è piegato, con la mano sulla vita, in un gesto coreografico e formale da spettacolo del Sabato sera. Esito per un momento: so di farmi del male volutamente. Poi, con l’ultima, sottile speranza, prendo la sua mano.
Al contatto, un sentiero di ghiaccio percorre, da cima a fondo, la mia spina dorsale. La sua mano, rigida ma inerte, afferra la mia come se si trattasse di un vaso di vetro sottile, che avesse paura di mandare in mille pezzi. Non sento il possesso nella sua stretta, non sento le vibrazioni che la sua pelle mi trasmetteva, non sento i movimenti nervosi delle dita, che accarezzavano le mie iniziando, prima ancora che noi muovessimo un passo, il leggero e infuocato gioco della seduzione. Le sue dita che sembravano baciarmi, palmo per palmo, centimetro per centimetro, e che adesso sono dure, morte come quelle di un sofisticato ma ridicolo automa.
Lo seguo sulla pista da ballo, sentendomi come una danzatrice su di un palcoscenico, pronta a dare spettacolo per chiunque abbia voglia di goderne. Lo guardo, e i suoi occhi sono altrove: stiamo dando sfoggio di tecnica, ma non c’è la minima emozione in quello che facciamo. Non c’è la tensione che prelude a un colloquio amoroso, una conversazione che non si conduce con la voce, ma con i gesti, con lo sfiorarsi e il perdersi e il ritrovarsi e lo stringersi forte, con le labbra che si avvicinano sapendo di non potersi toccare, e che proprio per questo accrescono il desiderio e la passione. Non c’è il fuoco che bruciava dietro alle nostre pupille, che rendeva le nostre braccia incandescenti e le fondeva insieme,
impedendoci di separarle se non con enorme sacrificio. Non c’è il vuoto che si creava intorno a noi, quando iniziavamo a muovere i nostri passi, anche se ci trovavamo in mezzo alla folla. Stasera c’è la piena consapevolezza di ogni singola persona intorno a noi, la percezione di ogni singolo sguardo, l’amara constatazione di stare solamente dando spettacolo.
Si ferma al centro della pista e mi attira a se, cingendomi con il braccio. La sua mano sulla mia schiena è un volo di farfalla, un tulle bianco sospinto dal vento. Sembra quasi avere paura di toccare il mio vestito, di inciampare nella chiusura lampo e nel suo freddo sapore metallico.
Lo guardo, e i miei occhi gridano. “Stringimi.” dicono. “Stringimi a te, in modo che io possa sentire le vibrazioni del tuo petto, e muovermi all’unisono con te, nella stessa melodia. Il tuo corpo è troppo lontano dal mio, e non riesco a sentire quello che vuole dirmi. Avvicinati, e lascia che le nostre danze si parlino, e diventino una sola…”
Lui guarda nel vuoto, e non intercetta i miei occhi, che, lasciati da soli, non hanno voce. La mia preghiera disperata resta inascoltata, mentre lui addirizza la schiena e si prepara a muovere i primi passi, con perfetto stile accademico. Il mio cuore si ribella: questo non è un ballo da sala, grido, nel silenzio dell’anima. Questa è una corrente di passione e sensualità. Non puoi offendere il tango ballandolo così, non puoi, protesto: ma è una ribellione che resta sola, dentro alla mia mente. Se ne avessi il coraggio, lo scuoterei violentemente, cercando di fargli uscire dagli occhi tutti quei pensieri molesti che lo allontanano, che lo hanno trasformato nel damerino che mi sta tenendo per la schiena come se fossi un manichino.

Ma non faccio niente di tutto questo: metto un piede indietro, piego la schiena, e aspetto la battuta giusta per iniziare a muovermi insieme a lui, al ritmo della musica.
Le mie scarpe strusciano sul terreno, disegnando semicerchi voluttuosi. Sento i miei muscoli tendersi, comunicarmi che non sono pronta a lasciarlo andare, che non sono disposta a mollare tutto adesso. Lo guardo negli occhi, vomitandogli addosso fuoco e determinazione. Lui dapprima abbassa lo sguardo, rivelando un senso di vergogna che lo fa apparire quasi vulnerabile, poi, riprendendo sicurezza di se, gira la testa di lato, proiettando la sua mente lontano da me. Per tutta risposta, stringo violentemente la mia mano sulla sua spalla, e avvicino la mia bocca al suo collo. Deve sentire il mio fiato, deve sapere che non mi arrenderò così.
I nostri passi percorrono la sala, precisi e netti i suoi, sanguigni e nervosi i miei. Mi avvinghio a lui, stringendogli la nuca con la mia mano, premendo il mio petto contro il suo. La mia bocca è a un centimetro dalla sua: vedo i suoi occhi completamente persi nel tentativo di riconoscermi, di capire in quale situazione si stia andando a cacciare. Esito per pochi secondi, poi allontano il viso, come una sadica torturatrice che avvicini un bicchiere di acqua fresca a un prigioniero, per poi allontanarlo di scatto non appena le sue labbra ne abbiano sfiorato il bordo. Lui, però, non reagisce: la sua bocca non ha sete. Irrigidisce le braccia, riportandomi a distanza di sicurezza, in posizione formale. Il mio cuore si piega su se stesso, i miei sensi urlano di frustrazione, mentre ricomincio a seguire i suoi passi rigidi e sempre uguali, uno schema adatto a un timido principiante.
Per come sta ballando, la musica potrebbe anche non esserci.
Basterebbe il battito di un bastone a terra, come usavano una volta le insegnanti di danza classica: uno, due, tre, quattro. Sono stata anch’io allieva di danza classica, costretta da una madre ambiziosa: insensibile alla musica da balletto, mi muovevo meccanicamente, seguendo quel battito, senza gioia, senz’anima. Come lui sta facendo stasera.
Mi lascio guidare per poche battute, poi mi blocco, determinata. Lo guardo intensamente e lo stringo più forte, con una violenza della quale io stessa non mi credevo capace. Adesso comando io, sembro dire. Non mi interessa se l’uomo sei tu. Adesso balli tu al mio ritmo. Per quanti anni sono stata io a ballare al suo? Dalla prima volta in cui mi ha invitata in pista, ha sempre dato lui il ritmo, la direzione, ha calibrato la tensione della danza e ha deciso come e quando sarebbe esplosa la passione. Da quando l’ho guardato per la prima volta negli occhi, ho sempre ballato sulle sue note, senza permettermi una minima variazione del tempo o dei passi. Ho seguito i suoi movimenti, adattandomi il più possibile: forse questo è stato il mio errore. Nel tango bisogna mettere la propria passione, non solo seguire quella dell’altro: bisogna vibrare all’unisono, in due.
Mi guarda, tra l’infastidito e lo spaesato. Io non demordo. Lo stringo di più, facendogli sentire i fremiti del mio corpo, e ricomincio a muovere le gambe in modo sinuoso, cercando di trasmettergli i miei brividi. I miei occhi, adesso, sono spavaldi, sfrontati. “Come balla, lei?” gli chiedono. “Balla come me? Sa mettere la stessa passione, le stesse vibrazioni in ogni suo movimento? Sono come le mie, le sue mani? Sono come queste mani che accarezzano le tue braccia per poi stringere le tue spalle e la tua nuca, che ti
sciolgono le dita combattendo contro il gelo che le tiene insieme? Di cosa profuma il suo respiro, che ti vibra addosso nella tensione del ballo? Profuma di vento e di praterie e di notti accanto al fuoco sotto le stelle? Oppure profuma di boudoir, di pizzi e trine preziose, di cipria e di sottile trasgressione di due persone apparentemente perbene? E la sua bocca sulla tua, a cosa somiglia? Alla leggera carezza di una nuvola, fresca ma senza passione, o brucia come il pensiero di un peccato terribile, ma inevitabile, che ti consuma?”
Man mano che il ballo prosegue, sento che la tensione fra di noi cresce, ma nel modo sbagliato. Questo non è un contrasto d’amore, che porta all’unione attraverso la tensione, ma una vera e propria lotta fra opposti: io, che cerco disperatamente di avvinghiarlo a me, di trattenerlo, e lui, rigido nella sua lontananza, che non vede l’ora di liberarsi da questo giogo. Le vibrazioni disperate dei miei muscoli aumentano, ma non sono vibrazioni di passione: oramai esprimono solo ostinata voglia di possesso, frustrata dalla sua freddezza, dal suo pensiero che corre, veloce, inarrestabile, verso un’altra ballerina, quella che lui oramai ha scelto. Anche se io non la vedo, anche se, materialmente, niente mi separa dal corpo di lui in questo momento, so che è con lei che lui vuole ballare, non con me. E il tango si balla in due: la passione del singolo non basta, se il partner non è disposto a farsi trascinare.
Lo stringo più forte, in una supplica disperata. Il mio corpo si avvicina sempre di più al suo, accerchiandolo, soffocandolo. Tutto il mio essere lo scongiura di non allontanarsi, di non lasciarlo, e in quella preghiera sconsolata mi inginocchio a lui, annientandomi davanti al suo essere. Lui, però, non ha reazione. Continua a essere un pezzo di ghiaccio, un automa con lo sguardo fisso, lontano.
Improvvisamente, la musica si fa più drammatica: so che è il momento del casqué, ma stavolta non sarà la sensuale simulazione di un atto d’amore che vi trova il suo culmine. Stavolta sarà la metafora del suo lasciarmi a terra, sola, disperata, distrutta da questa inutile lotta che non è riuscita a coinvolgerlo, a provocare una sua reazione, e dalla quale lui vuole soltanto fuggire al più presto. Per un attimo, mi stringe con fermezza, e nel suo sguardo vedo centinaia di spilli che si appuntano sulle mie pupille e sul mio cuore. Poi, di scatto, porta il mio corpo quasi fino a terra: ed è lì che io mi lascio andare. Senza opporre la minima resistenza, libero le gambe, le braccia, la testa, fino a che lui, perplesso, capisce che è lì che voglio essere lasciata, abbandonata come uno straccio vecchio che non vale neppure più la pena di lavare un’altra volta.
Resta un attimo in piedi accanto a me, perplesso, chiedendosi se non debba offrirmi aiuto. Lascio normalizzare il mio respiro per qualche secondo, mentre la tensione del ballo abbandona i miei muscoli e i miei nervi, lasciandomi svuotata, con lo sguardo perso verso l’alto. Non mi volto verso di lui: il contatto visivo, che ho cercato intensamente per tutto il tempo della mia danza disperata, si è interrotto prima di instaurarsi. Percepisco solo la sua presenza accanto a me, vuota, inutile, nel finale di questo tango d’addio.
“Vattene” gli dico, in un soffio. “Sei libero, vai da lei.”
Sento le sottili vibrazioni dei suoi passi che si allontanano. Intorno a me, la musica riprende, ma non la sento. Le coppie ricominciano a ballare, facendo attenzione a
non darmi fastidio, ma non le vedo. Agli altri è bastato un attimo per tornare alla normalità. Per me non sarà così facile.
D’un tratto mi decido. Lentamente, ma senza esitazioni, mi alzo, mi rassetto il vestito, i capelli, la rosa che porto sul seno. Con triste eleganza, a passi leggeri, mi allontano dalla pista, dove le altre coppie continuano a ballare. Torno a far parte del gruppo dei solitari, in perenne attesa del ballerino giusto per ricominciare la loro danza.
Mentre lascio questa triste serata, passo in mezzo a un gruppo di ragazze sole. La domanda di una conoscente mi blocca: “Hai ballato, stasera?”
Scuoto leggermente la testa, passando oltre. No, vorrei rispondere, se avessi ancora voce. No: ho lottato, ho insistito, ho chiesto disperatamente aiuto, ho pregato, ho supplicato, ho rinunciato. Ma non ho ballato.
Perché il tango si balla in due, e io ero sola.

 

Concorso letterario nazionale TangoE

Prima edizione 2017

Scadenza iscrizione

30 settembre 2017

Organizzato da

Associazione OttoArti

Sede legale

corso Dante 90, 10126 Torino

E-mail tangoe@associazioneottoarti.it

pagina Facebook TangoE

telefono +39 330560997

Internet http://www.associazioneottoarti.it

Indirizzo spedizione elaborati

Associazione OttoArti

corso Dante 90 10126 Torino

(…)

Il tango è considerato una forma artistica tra le più fortunate della storia, scaturita dall’insieme umano, etnico e culturale di danza, musica e poesia, senza confini netti o come vera e propria sintesi. La cultura del tango coinvolge – oltre la musica – lingua, letteratura, poesia, pittura, fotografia. (…) Il tango può essere anche inteso un ampio fenomeno culturale, che da un certo punto in poi pare accompagnare un popolo nel dramma dell’immigrazione. In questo senso il tango è rinascita. (da “ Costruire decostruire. Tango senza confini “ a cura di Laura Sasso. 2004 Abrazos Book).

(…)

Premi

Pubblicazione gratuita di tutte le opere premiate o degne di menzione.

(…)

Note importanti

Gli autori, per il fatto stesso di partecipare al concorso cedono il diritto di pubblicazione dell’opera alla casa editrice, sul sito internet dell’Associazione, senza aver nulla a pretendere come diritto d’autore. I diritti rimangono comunque di proprietà dei singoli Autori.

I concorrenti devono allegare agli elaborati la dichiarazione che l’opera è frutto del proprio ingegno e autorizzazione al trattamento dei dati personali. E sufficiente scrivere in calce al foglio: “ Dichiaro che l’opera presentata è opera del mio ingegno” e “ Il/La sottoscritto/a, acquisite le informazioni dal titolare del trattamento ai sensi dell’articolo 13 del D. L. n.196/2003, presta il suo consenso al trattamento da parte dell’Associazione OttoArti dei dati ai fini inerenti il concorso cui partecipo” firmando in modo leggibile.

Informativa

in relazione agli art. 13 e 23 del D. L. n. 196/2003 recanti disposizioni a tutela delle persone ed altri soggetti rispetto al trattamento dei dati personali, si informa che i dati anagrafici personali ed identificativi saranno inseriti nell’archivio dell’Associazione OttoArti ed utilizzati esclusivamente ai fini inerenti gli scopi istituzionali e i fini del concorso in oggetto. I dati dei partecipanti non verranno comunicati o diffusi a terzi. L’interessato potrà esercitare tutti i diritti di cui all’art.7 del D. L.196/2003 e potrà richiederne gratuitamente la cancellazione scrivendo all’Associazione OttoArti.

Patrocini 

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